Quattro giorni di cammino tra Badia Prataglia (AR) e La Verna (AR)

Posted on 19/09/2021

Ai primi di agosto il team di Boschi Romagnoli è partito per un trekking di quattro giorni in Valle Santa, nella porzione “meridionale” del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, tra Badia Prataglia e il santuario di San Francesco a La Verna.

Ecco il racconto del nostro cammino, scritto da Alice.

PRIMA TAPPA: Badia Prataglia – Rifugio Del Lupo

Oggi, 2 agosto 2021, è una fantastica giornata per iniziare un cammino, come tutti i giorni del resto.Partenza un po’ lenta, arriviamo a Badia Prataglia in tarda mattinata.Preparare gli zaini è stata come al solito un’operazione minuziosa, ma al contempo leggera. Quando si tratta di peso sulle spalle, ci si accontenta solo del necessario. Se ogni essere umano dovesse portare, come una chiocciola, la sua casa sulla schiena, starebbe sicuramente molto attento a ciò che acquista e il mondo sarebbe probabilmente un luogo migliore. Nel negozio di alimentari compriamo panini al prosciutto e formaggio per il pranzo e 8 albicocche contate, riempiamo le borracce nella fontana del paese e siamo pronti per partire. Iniziamo a salire, costeggiando alcune abitazioni in pietra. Salendo l’ambiente cambia, prima cittadino e poi sempre più boschivo. Piano piano le case lasciano il posto a grandi castagni. In una curva è posizionato un tavolino con le panche di legno che ci invitano ammiccanti ad una prematura sosta. Proseguiamo salendo fino a Campo dell’Agio, un piano erboso con un bivacco. Qui stendiamo la cartina su di un tavolo di legno e spieghiamo ai bambini il percorso che faremo. Penso all’importanza di prestare attenzione a ogni passo, a ogni attimo e al contempo di disegnare nella mente l’intero percorso da compiere. Durante il cammino penso molto, parliamo anche, ma ci sono momenti in cui la fatica pretende il silenzio. Non è semplice da descrivere, è un ritmo che bisogna provare, ma immancabilmente arriva un momento in cui nessuno parla e instancabilmente si cammina. Di fianco al tavolo c’è un esemplare di faggio meraviglioso, largo, si prende tutto lo spazio, ogni raggio di sole. Le radici tutto intorno a lui disegnano una gonna. Ci sono alberi che mi rapiscono qua e là nel bosco, sono più belli degli altri ai miei occhi.

Ripartiamo. Dobbiamo salire fino al passo dei Lupatti. Il crinale è ventoso così cerchiamo di scendere per consumare i nostri panini. Io ed Emilia li abbiamo farciti in modo goloso: non solo prosciutto e formaggio, ma anche cipolline in agrodolce. Gli altri ce li invidiano. La giornata trascorre piacevolmente sul crinale ombreggiato, siamo ancora pieni di energie e l’ambiente attorno a noi è confortevole: faggi, muschio e tappeti di foglie secche. Si apre uno scorcio sul paesaggio circostante e vediamo la meta fulcro del nostro cammino: il masso verde che ospita il santuario della Verna. Ci arriveremo domani sera. E’ un obiettivo facilmente riconoscibile con la sua forma squadrata in mezzo alle curve dei monti circostanti. Il cammino prosegue, incrociamo la strada asfaltata al passo dei Mandrioli, quando ti senti ancora pieno di energie significa che la meta è lontana; al rifugio si arriva solo sfiniti. I bambini trovano dei cespugli di lampone che addolciscono la fatica. Arrivati all’Alpe Serra ci sediamo per fare merenda; da qui inizia anche un tratto pietroso di via Romea germanica, affascinante, di muschio e di storia. Lungo il sentiero appaiono forme animali scolpite dalla natura sui tronchi degli alberi: un cervo dalle lunghe corna guarda l’orizzonte. Riccardo ha trovato un modo per passare il tempo: il nodo “tatac”, cerca di annodare i lacci dello zaino nel minor tempo possibile. Questa sera dormiremo al Rifugio del Lupo, capiamo di essere vicini alla meta quando, al tramonto, il bosco si apre e lascia il posto ai prati. Mi vengono in mente le fiabe che narrano di case “al limitare del bosco”. Alcuni cani abbaiano mentre percorriamo l’ultimo tratto di sentiero. Eccoci arrivati. Laura e Mauro ci accolgono e ci accompagnano nel nostro appartamento. C’è una veranda con un tavolo verde, la cucina, una camera da letto e il bagno. Il pavimento in cotto e i mobili di legno gli donano un tono rustico e semplice. Togliersi le scarpe e mettere le infradito è bellissimo. Preparo 500 grammi di pasta con panna; poi Laura ci porta un pollo arrosto che ha tenuto al caldo per noi. Stanchissimi ci infiliamo nei sacchi a lenzuolo, Riccardo si aggiudica il posto in alto sul letto a castello. Buonanotte.

DATI TECNICI

Itinerario: Badia Prataglia – Passo dei Lupatti – Passo dei Mandrioli – Passo di Serra – Montalto – Rifugio del Lupo

Lunghezza: 16 km; Dislivello: +750 m / -700 m (circa)

SECONDA TAPPA: Rifugio del Lupo – Chiusi della Verna

Vi avviso. In questo giorno ci sarà una gran salita assolata. Assolata e sassosa ed è giusto che anche voi che leggete iniziate da qui. Il cammino sotto al sole diventa molto più faticoso soprattutto se nelle gambe hai immagazzinato i 16 km precedenti. Ecco, ora che vi siete immedesimati posso raccontarvi di ciò che ha preceduto il cammino: la colazione. Latte, fette biscottate con la marmellata di susine che Laura chiama “botton d’oro”. I nomi contano, spalmare dei bottoni dorati sul pane dà proprio soddisfazione. Il figlio di Laura gioca con Riccardo ed Emilia. Ha una gallina addomesticata, cani e cavalli: i miei figli si divertono con lui. Ma dobbiamo partire. La strada inizialmente scende, immersa nel paesaggio rurale. Lungo il cammino incontriamo il piccolo villaggio della Vallesanta: case in pietra, fiori, un ragazzo che vernicia persiane di legno, poco più in là un agriturismo con piscina dove alloggiano alcuni turisti tedeschi. Poi ritorniamo esattamente alla prima frase del racconto, sotto il sole, a salire sui sassi: alla fine mi è venuta fuori un’allitterazione.

Il momento del pranzo è un’oasi di frescura sotto le chiome delle querce: abbiamo portato il pollo arrosto rimasto dalla cena e un po’ di pane. La frutta secca non manca mai nello zaino. Dopo pranzo continuiamo a salire e a un certo punto Riccardo mi fa notare un fiore nuovo, insolito e io mi emoziono. Lo fotografo e posto subito la foto su Inaturalist, l’app che aiuta a riconoscere le piante e gli animali basandosi su un database di osservazioni delle persone. E’ esattamente una Calcatreppola ametistina. Questo è il suo nome, ma ciò che io vedo è una pianta gialla, verde e blu che sembra un gioiello, in effetti l’ametista è una varietà di quarzo.A questo punto Marco vuole vedere i canyon della Vallesanta, per arrivarci bisogna salire per un pezzo di strada asfaltata, ma quando arriviamo di acqua ce n’è pochissima e il nostro unico refrigerio è una pozza dove mettere a mollo i piedi. Io e i bambini siamo stanchi, ma la strada sale e continuerà a salire. Ci accorgiamo che ci stiamo avvicinando alla meta perché il sassone che ospita il santuario della Verna diventa sempre più grande, sempre più zoommato. Salendo, i sassi e le piccole querce lasciano il posto a un sentiero ombroso che mano a mano diventa sempre più fitto, più fresco e che dona energia. Costeggiamo una casa in pietra affacciata sul panorama dove una ragazza con una lunga t-shirt legge un libro sotto il porticato. Attraversiamo una strada e ci ritroviamo alle pendici del monte. Il bosco che circonda il monte Penna è imponente. Verde di foglie e di muschio. Una ghiacciaia ricavata tra le rocce immagazzina il freddo della Terra. Qui si respira tutta la sacralità di questo posto. Domani ne parleremo. Per ora abbiamo voglia di arrivare in albergo e sederci al tavolo per consumare il nostro pasto serale: pasta al pesto di carote, omelette e gelato. Le lenzuola sono bianche. Guardiamo qualche tuffo delle Olimpiadi e poi cadiamo in un sonno profondo.

DATI TECNICI

Itinerario: Rifugio del Lupo – Valle Santa – Montefatucchio – Chiusi della Verna

Lunghezza: 13 km; Dislivello: +700 m / -750 m (circa) + variante per le marmitte dei giganti

TERZA TAPPA: Chiusi della Verna – Rifugio Casa Santicchio

Ci svegliamo con i tuffi delle Olimpiadi. Emilia e Riccardo si sono appassionati. Dopo un’abbondante colazione, andiamo a comprare i panini per il pranzo in un alimentari del paese. Compriamo anche caramelle al miele, mini croissant al cioccolato e 4 albicocche. Iniziamo a salire nel verde e in una ventina di minuti arriviamo al santuario della Verna. Intorno al santuario francescano si trovano molti cespugli di Belladonna. La Belladonna è una pianta appartenente alla famiglia delle solanacee, ha bacche che sembrano perle nere ed è velenosissima. Ci sono cartelli informativi che avvisano i turisti del pericolo. Raggiungiamo il santuario e la terrazza panoramica passando sotto un arco di pietra, non manca un negozio di souvenir (croci, porcellane, cartoline e così via). Ci sono anche tante, tante persone. Come non fare una visita alla cappella che custodisce l’ “Annunciazione” di Andrea Della Robbia? Le terracotte di questi artisti fiorentini quattrocenteschi catturano sempre il mio sguardo con la loro brillantezza bianca e blu; sono terracotte invetriate, realizzate con una tecnica inventata da Luca Della Robbia la quale dona loro resistenza e luminosità. Scendiamo poi una serie di gradini in pietra che ci conducono al Sasso spicco, un grande masso calcareo dove si racconta che San Francesco amasse sostare. Personalmente, a me fa un po’ impressione pensare di rimanere a lungo lì sotto con un grande sassone sulla testa, perciò risaliamo. Ora vogliamo percorrere l’anello alto del Monte Penna, fino alla sua sommità. Marco ci racconta che lungo il percorso è presente l’albero autoctono più alto di Italia e noi siamo curiosi di conoscerlo. Troviamo un cartello che ci invita a uscire dal sentiero principale per raggiungerlo. Il fatto è che le aspettative fanno sempre brutti scherzi e noi rimaniamo un po’ delusi. Le immagini che si formano nella mente sono troppo spesso incongruenti con la realtà, l’albero è in ogni caso imponente. E’ un abete bianco alto 51,85 metri e con una circonferenza di 5,22 metri.Salendo incontriamo il “Masso di Fra’ Lupo”, quest’ultimo era un terribile brigante. La leggenda racconta che presso il grande masso in bilico sul precipizio, il brigante incontrò San Francesco che lo convertì. Da allora l’uomo venne chiamato Frate Agnello. Noi invece continuiamo a salire ancora un po’, fino a raggiungere la sommità del Monte Penna (1289 m). Qui, mentre lo sguardo libero spazia lontano, fino ai sassi Simone e Simoncello in direzione est e al massiccio del Falterona a nord-ovest, mangiamo i nostri panini.

D’ora in poi dovremo soprattutto scendere. Costeggiamo cespugli di lamponi. Che scorpacciata! Incontriamo anche cespugli di Belladonna: velenosissima. (Repetita iuvant). Ora mi autocito perché mi viene in mente una mia poesia:

“Cerco le voci di uomini che hanno sperimentato, toccato assaggiato il mondo. Cerco l’istinto, orfana di conoscenza. Un occhio addestrato fa la differenza e un naso, un piede. Il corpo, intelligente, conosce e riconosce il dolce e il veleno mescolati in un cespuglio dello stesso verde. Il vocabolario della sopravvivenza è stato strappato? E’stato occultato? Vivere per imparare e imparare ad insegnare. Annuso il pericolo di una catena spezzata. Corro al riparo, ma costa fatica ricopiare a mano anni di vita.”.

Percorriamo l’anello basso del monte Penna (la parte che non abbiamo fatto ieri) e ci immergiamo nuovamente in un mondo verde di muschio; faggi imponenti e massi rocciosi creano un luogo davvero suggestivo. Io penso che il santuario sia qui, in questo silenzio, dove sento di appartenere a qualcosa di grande. Passiamo da Croce della Calla (1140 m) dove un cartello ammiccante ci indica il cammino di San Francesco Rimini-La Verna, un’idea per il prossimo trekking? Poi il bosco si apre e, attraversata una strada asfaltata (la stessa di ieri), imbocchiamo il sentiero che ci conduce al paesino di Rimbocchi. Una targa di legno presso la Sella Bernardini ricorda agli escursionisti che stanno vivendo un’esperienza unica e irripetibile (speriamo di ripeterla invece). Scendere sui sassi è faticoso quasi quanto salire, anzi per le gambe forse di più. Scendiamo a lungo, io sono stanca e Riccardo mi consiglia di pensare alla cena: “Cosa vorresti mangiare? Patatine fritte? Pizza? Dai che ti aiuta a camminare”, sì, avete capito bene, è lui che fa coraggio a me. Finalmente arriviamo a Rimbocchi. Ci abbandoniamo su una panchina e laviamo la faccia alla fontana. Scambiamo due chiacchiere con una signora e poi ripartiamo. Ora manca l’ultima salita che ci porterà al Rifugio Casa Santicchio dove trascorreremo la notte. In un incrocio, tra i cartelli stradali, risalta il poster pubblicitario del Circo Zuzzurulloni che questa sera si esibirà a Biforco. Riccardo un pensierino ce lo fa, ma siamo a piedi e dopo cena non riusciremmo a raggiungerlo in tempo.L’ultimo tratto di strada all’inizio sale parecchio per poi addolcirsi. A noi sembra lungo perché ormai siamo stanchi, ma nel giro di mezzora arriviamo al rifugio. La camera è davvero graziosa, travi in legno e pavimento di una volta in cotto. A tavola Laura ci racconta che tempo fa, proprio nella nostra camera, c’era una scuolina. I bambini del podere erano tanti perciò il maestro veniva a far lezione. La cena è squisita: spaghetti alla rapa rossa, arrosto, un piatto pieno di verdure coloratissime. Alla fine un ottimo tiramisù vegano. Soddisfatti torniamo nelle nostra camera e io mi addormento all’istante, mentre i bambini giocano a farmi una capanna di cuscini.

DATI TECNICI

Itinerario: Chiusi della Verna – Santuario – Monte Penna (anello alto) – anello basso – Poggio Montopoli – Rimbocchi – Rifugio Casa Santicchio

Lunghezza: 14 km; Dislivello: +650 m / -800 m (circa)

QUARTA TAPPA: Rifugio Casa Santicchio – Badia Prataglia

Quarto e ultimo giorno. Oggi si torna a casa. Il nostro giro ad anello ci riporterà a Badia Prataglia, dove abbiamo lasciato la macchina. Al risveglio il nostro corpo trasforma pane, marmellata, yogurt e frutta nell’energia che ci serve per il cammino. Un cagnolino bianco e ricciolo gioca con Riccardo ed Emilia. Salutiamo i proprietari di Casa Santicchio e ci incamminiamo lungo il sentiero che costeggia la grande casa in pietra. Iniziamo a salire, un albero pieno di galle ci incuriosisce. Giunti in cima vediamo il monte Penna avvolto nelle nuvole nere. Pessoa scrive che il clima influisce sulle persone, non siamo gli stessi sotto a un cielo azzurro o sotto a un cielo nero. Pioverà?

Al bordo della strada Riccardo si siede su un cippo di pietra, non si era accorto che un diavoletto beffardo rideva sotto i baffi. Scendiamo fino al paese di Frassineta. Io spero ci sia un bar per prendere il caffè, ma quando arriviamo rimango delusa: nessun bar all’orizzonte. Chiedo a una signora, sperando che mi inviti a prenderlo da lei, ma in tempo di covid so che questo è improbabile. Niente caffè: uffa. Risaliamo su un sentiero sassoso, arriviamo in cima e pranziamo: panini alla coppa, barretta di cioccolato e frutta (il rifugio Casa Santicchio vi prepara anche il sacco pic nic). Il cielo continua a minacciare pioggia perciò ripartiamo. Oggi tutto è un po’ più spento, anche la mia scrittura. Gli ultimi giorni sono così per me, un po’ malinconici. Dall’alto vediamo Badia Prataglia, cerchiamo con lo sguardo la grande sequoia piantata a metà Ottocento da Carlo Siemoni. E così, come in un libro di narrativa che ho letto da piccola, il paese si avvicina, sempre più vicino, diventa case e poi diventa porte e finestre, voci di persone. Fotografiamo una montagna di legna geometricamente accatastata, futuro sfondo di smartphone. La macchina ci aspetta. Marco deve guidare, ma noi ci lasciamo cullare e ci addormentiamo.

DATI TECNICI

Itinerario: Rifugio Casa Santicchio – Frassineta – Poggio della Cesta – Badia Prataglia

Lunghezza: 9 km; Dislivello: +550 m / -470 m (circa)

Concludo condividendo la mia gioia per la magia della scrittura che mi permette di raccontare ciò che è avvenuto e di fermarlo sulla carta. I cammini dilatano il tempo che abbiamo a disposizione su questo pianeta verde e azzurro. Alla prossima avventura!

Alice Portolani

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